La storia del Rock passa da Bologna
Mercoldì 16 Dicembre 2009, dopo una giornata intensa di discussioni riguardanti il possibile ruolo dell’energia all’interno dei nostri modelli di reti catalitiche [discussione continuata anche ieri e che probabilmente occuperà il traffico mail natalizio] prendo il treno delle 17.00 correndo verso Bologna dove vengo raccolto dalla morosa che, dopo una discreta pizza, mi appoggia all’interno del Paladozza in attesa del concerto dei Deep Purple.

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Quasi due ore di concerto in un clima molto particolare. Sono entrato convinto di rivivere un numero estremamente elevato di ricordi considerando che i DP mi accompagnano da quando sono piccolo e mi sono accorto che non ero l’unico [ovviamente ipotizzabile come situazione]. Escludendo qualche giovane iniziato i presenti erano probabilmente gli stessi di 20 anni fa con qualche miliardo di capelli in meno e qualche tonnellata in più.
Il concerto comincia con l’eterna “Highway star” durante la quale i maxischermi proiettano immagini di repertorio del gruppo, un momento carico, per dirla alla brasiliana, di saudade. Non triste, per niente, una stupenda carrellata di ricordi scolpiti nella storia della musica, un modo per sottolineare il fatto che loro sono li, da quasi mezzo secolo, e sfido ogni tipo di mezza star di oggi ad arrivare a tanto.
Durante lo spettacolo vengono suonati quasi tutti i pezzi che hanno fatto la storia del gruppo, ovviamente con una discografia di quel tipo qualcosa doveva pur rimanere fuori e purtroppo non ho potuto né assaporare l’atmosfera di “Child in Time” né la potenza di “Burn”.
La formazione è per i 3/5 quella storica con Ian GIllan alla voce, Roger Glover al basso e Ian Paice [del quale non avevo mai notato la singolare somiglianza con Elton John] alla batteria. Per il resto alla chitarra c’è un certo Steve Morse del quale penso non ci sia molto da dire ed al reparto tastiere Don Aiery, sostituto più che degno di Jon Lord dal 2002.
Non posso certamente negare che si nota la non più giovane età del gruppo, le movenze di Gillan non sono più sinuose come un tempo e la voce in qualche frangente risente del tempo che passa ma la mia totale devozione nei confronti del personaggio viene mantenuta nel suo non ostentare qualcosa che non c’è più. Mentre molti artisti della sua età cercano ancora di essere quello che erano con vestiti di pelle, capelli lunghi (quelli che rimangono) e litri di Red Bull (diciamo così) lui è e basta, T-Shirt bianca, scarpa da ginnastica e tanta voglia di far divertire, un grande artista, veramente. Per quel che riguarda gli altri invece l’età non sembra passare, escludendo Morse che è della generazione successiva e quindi il “giovincello” del gruppo, Glover mi sembra identico al passato, uno di quei personaggi che non invecchiano mai, come Franco Baresi e Steve Harris.
Insomma, concerto notevole e all’insegna del Natale, il palco era infatti addobbato con lucine come nei migliori presepi, soluzione discutibile ma comunque divertente, ed in merito ecco un piccolo omaggio all’evento di Morse
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